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Atletico Taurinense Under17, da Rea a Rea il sogno prende forma

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Atletico Taurinense in rampa di lancio dopo il girone d’andata nel campionato Under 17: da Elia a Luca, la crescita di questi ragazzi è un affare in famiglia Rea

La sorpresa tra i giganti. La meno rinomata che lotta coi titani. Potrebbe essere l’inizio di una saga di successo. E’ la storia, ancora tutta da colorare e abbellire, dell’Atletico Taurinense Under 17, in vetta al Girone A alla pari della L84. Un mix di talento e cuore, plasmato dalle mani di Luca Rea. Un allenatore “adottato” dal calcio a 11 professionistico e gettato in una nuova avventura. Il finale? Impossibile al momento anche solo immaginarlo, ma i temerari osano dire che conti il percorso non il traguardo.
Insomma, Rea, questo percorso è più che soddisfacente…
Stiamo facendo bene, però potevamo ottenere ancora di più.
Meglio di cinque vittorie, un pareggio e una sconfitta?
Beh, contro la L84 vincevamo 5-1, con l’Aosta a detta di tutti li abbiamo messi in difficoltà. Poi ci hanno segnato il 4-3 a un minuto dalla fine e noi abbiamo sbagliato un tiro libero a trenta secondi dalla fine.
Quindi, ci sono rimpianti?
No, rimpianti no. Io lo so che ai playoff ci andiamo. Ma lì non è detto che quanto esprimiamo ora possa bastare.
In che senso? 
Noi abbiamo paura. Contro squadre al nostro livello soffriamo di complessi di inferiorità. Soprattutto quando siamo sopra e stiamo vincendo iniziamo a tremare.
Ma succede anche quando siete in svantaggio?
No, non è una questione di carisma o tenuta mentale. Noi abbiamo giocatori di grande personalità: ragazzi che si fanno dare la palla se siamo in difficoltà. Contro l’Union Bussoleno Bruzolo eravamo sotto a partita ormai finita e poi siamo andati a vincere. Il problema è un altro…
Di consapevolezza? 
Sì, ciò che manca è la mentalità vincente. La voglia di vincere sempre. Ne ho parlato con mio fratello Elia che li allenava l’anno scorso e me lo diceva: “Un gruppo fortissimo ma che deve crescere”. Anche perché sennò quando affrontiamo squadre molto organizzate, ai playoff, rischiamo tantissimo.
Come si lavora sulla testa di ragazzi così giovani?
Cerco di portare quello che ho imparato nel calcio a 11. Io ho fatto quattordici anni a Novara, giocando anche in Serie C: lo scorso anno ero in Eccellenza, al San Domenico Savio. Voglio riuscire a farli crescere sotto l’aspetto motivazionale e personale, oltre al campo. Il martedì mi piace pungolarli, metterli in guardia. Cercare di esaltarli per la partita che dovranno giocare nel weekend. Io mentalmente vedo già una crescita evidente.
Il futsal per te è una novità. A cosa devi questa svolta?
Da quattro anni mi sono aperto a questo nuovo orizzonte, ma solo da questa stagione alleno con regolarità un gruppo con ragazzi già più grandicelli. Mi sono un po’ fermato col calcio a 11 e quindi ho intrapreso questa nuova esperienza. Le differenze ci sono, inutile negarlo.
Differenze positive o negative?
Dipende: ho la fortuna di avere una struttura serissima alle spalle, con un’organizzazione meticolosa. Ho cercato di portare un aspetto più fisico, che manca spesso nel calcio a 5, portando magari anche qualche triangolazione, ma non snaturando l’idea di fondo. Sono due sport molto diversi, ma insieme si può creare un bel connubio. Considera anche che molti giocatori arrivano dal calcio a 11, quindi cerco di mettere in risalto le loro qualità. E poi, qui è una grande famiglia. Non posso proprio lamentarmi.
C’è qualche ragazzo dei tuoi che può fare davvero tanta strada?
Fare i nomi è sempre difficile. Yamoul e La Manna (che sono anche in Rappresentativa, ndr) sono oggettivamente due giocatori potenzialmente fortissimi. Però devono crederci loro. Non mollare, e non è facile. Perché è un’età difficile. Dove inizi a vivere a trecentosessanta gradi e a volte è facile perdersi in un bicchiere d’acqua. Perché magari è facile abbattersi e pensare di mollare. Ma, visto il talento, sarebbe un peccato mortale. Poi Guaglione, ogni pallone che tocca è gol. E dire che se deve stoppare di suola fa fatica (sorride, ndr).
Hai un maestro a cui ti ispiri?
Più di uno. Nel settore giovanile ho avuto un tecnico di caratura nazionale come Beppe Scienza. Mi ha dato tantissimo da un punto di vista tecnico. Caratterialmente, invece, Aldo Monza: nella Berretti del Novara mi ha dato tanto. Non voleva mai perdere: mi ricorda Conte. Poi in prima squadra ho avuto Bigica, mai vista un’intensità simile. Avevamo un minuto per fermarci a bere, altrimenti erano guai…
E fai lo stesso anche tu coi tuoi ragazzi?
No, no. Loro sono un po’ più lentoni…
Domanda scomoda. Torni al calcio a 11 o ti vedi ancora nel futsal?
Risposta onesta. Penso al presente e a questa stagione. A giugno poi vediamo, ma ora ho degli obiettivi da raggiungere e penso solo a quello.

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