
Entro il 30 settembre le società possono presentare alla FIGC i progetti sviluppati nell’ambito di “Safeguarding in Action”. Le iniziative più significative saranno selezionate per il workshop nazionale dedicato al tema. Al di là della scadenza, il progetto pone una questione decisiva per il futsal: la tutela di atleti e atlete funziona soltanto quando regolamenti, responsabili e procedure diventano comportamenti riconoscibili nella vita quotidiana del club.
Il safeguarding entra nella fase operativa. La Divisione Calcio a 5 ha ricordato alle società la possibilità di condividere, attraverso il questionario dedicato, le esperienze già realizzate o ancora in fase di sviluppo. I progetti saranno esaminati dalla Commissione Responsabile delle Politiche di Safeguarding e quelli considerati maggiormente significativi verranno presentati durante un workshop nazionale organizzato dalla FIGC.
L’iniziativa non consiste quindi in una semplice raccolta di documenti. L’obiettivo dichiarato è valorizzare ciò che i club stanno sperimentando e contribuire alla diffusione di una cultura della tutela più strutturata. È un passaggio importante perché permette di spostare l’attenzione dall’esistenza formale delle regole alla loro applicazione concreta.
La differenza tra conformità e protezione
Nominare un responsabile, adottare un modello organizzativo e predisporre un canale per le segnalazioni sono elementi necessari. Da soli, però, non garantiscono che un ragazzo, una ragazza o un adulto vulnerabile sappiano riconoscere una situazione problematica, individuare la persona alla quale rivolgersi e sentirsi realmente ascoltati.
La conformità risponde alla domanda: “Abbiamo rispettato quanto richiesto?”. La protezione ne pone altre: “Le persone conoscono gli strumenti disponibili? Si fidano del sistema? Gli allenatori sanno come comportarsi? La società è preparata a intervenire?”. È nella distanza tra queste due dimensioni che si misura l’efficacia reale di un progetto.
Un documento conservato in segreteria può dimostrare l’adempimento. Una procedura spiegata con linguaggio comprensibile, richiamata durante la stagione e accessibile senza timore contribuisce invece a costruire un ambiente più sicuro.
Perché il futsal richiede particolare attenzione
Il calcio a 5 vive di prossimità. Gli spazi sono raccolti, gli staff spesso ridotti e il rapporto tra allenatori, atleti, dirigenti e famiglie è molto diretto. Questa familiarità rappresenta una ricchezza, ma non può sostituire ruoli e confini chiari.
Trasferte, spogliatoi, gruppi di messaggistica e contatti frequenti fuori dagli allenamenti moltiplicano le situazioni nelle quali servono regole comprensibili. La tutela riguarda certamente gli episodi più gravi, ma comincia molto prima: dal linguaggio utilizzato, dal rispetto della privacy, dalla gestione delle immagini e dalla capacità di riconoscere comportamenti discriminatori o umilianti.
Il tema acquista ulteriore importanza mentre i club investono nei vivai. L’introduzione dell’Under 19 nella Serie A femminile, già analizzata da FutsalNews24 nell’approfondimento dedicato, aumenta il numero di giovani inserite nei percorsi societari. La crescita tecnica deve procedere insieme alla qualità dell’ambiente che le accoglie.
Un responsabile deve essere riconoscibile
La figura incaricata del safeguarding non può rimanere soltanto un nome pubblicato sul sito o inserito nell’organigramma. Atleti, famiglie, tecnici e collaboratori devono sapere chi sia, quale funzione svolga e attraverso quali strumenti possa essere contattata.
La riconoscibilità non significa esporre indiscriminatamente chi riceve le segnalazioni. Significa creare un punto di riferimento credibile, autonomo nella gestione delle informazioni e capace di spiegare con chiarezza i passaggi successivi. Anche il portale ufficiale FIGC per le segnalazioni contribuisce a rendere disponibile un canale strutturato.
La fiducia, tuttavia, non nasce nel momento dell’emergenza. Si costruisce prima, attraverso incontri, comunicazioni semplici e una presenza che non venga associata esclusivamente alla sanzione. Il responsabile deve essere percepito come parte della prevenzione, non come una figura chiamata soltanto quando il problema è già esploso.
La formazione deve raggiungere ogni ruolo
Il safeguarding non riguarda soltanto presidenti e dirigenti. Un allenatore gestisce rapporti quotidiani, un accompagnatore condivide trasferte e spazi, chi cura la comunicazione pubblica fotografie e video, mentre le famiglie osservano comportamenti che possono aiutare a individuare precocemente un disagio.
Per questo la formazione deve essere proporzionata ai diversi ruoli. Non tutti devono diventare esperti di diritto sportivo, ma ciascuno deve conoscere limiti, responsabilità e percorso da seguire in caso di dubbio. Anche sapere cosa non fare — indagare autonomamente, minimizzare o diffondere informazioni sensibili — fa parte della preparazione.
Una riunione annuale può rappresentare il punto di partenza. Per incidere davvero servono richiami durante la stagione, indicazioni accessibili ai nuovi collaboratori e occasioni nelle quali verificare se le procedure siano state comprese.
Ascoltare senza scaricare il peso su chi segnala
Una tutela credibile dipende anche dal modo in cui viene accolta una segnalazione. Chi racconta un disagio non dovrebbe essere costretto a ripetere inutilmente la propria esperienza o sentirsi responsabile delle conseguenze sul gruppo. Riservatezza, ascolto e chiarezza sui passaggi successivi sono condizioni essenziali.
La società deve inoltre evitare due errori opposti: ignorare i segnali perché apparentemente piccoli oppure emettere giudizi affrettati senza seguire le procedure previste. Il safeguarding richiede attenzione alle persone e rispetto delle competenze. Nei casi complessi devono intervenire figure adeguate, non soluzioni improvvisate all’interno dello spogliatoio.
Condividere le esperienze può migliorare il sistema
“Safeguarding in Action” può diventare utile soprattutto se farà emergere pratiche replicabili. I club non dispongono tutti delle stesse risorse: una grande società nazionale e una realtà territoriale affrontano dimensioni organizzative differenti. Entrambe, però, possono sviluppare soluzioni efficaci e trasferibili.
Un progetto significativo non deve necessariamente essere costoso. Può consistere in un percorso formativo ben organizzato, in materiali comprensibili per i più giovani, in un sistema chiaro per presentare il responsabile o in una gestione più consapevole della comunicazione digitale. Ciò che conta è poter spiegare quale bisogno sia stato individuato, quale intervento sia stato realizzato e come ne venga valutata l’efficacia.
La selezione per il workshop nazionale offre visibilità alle esperienze migliori, ma il valore più grande sarà la possibilità di trasformarle in conoscenza condivisa. La tutela cresce quando le società smettono di affrontare ogni problema come un caso isolato e iniziano a imparare anche dal lavoro degli altri club.
La scadenza è un punto di partenza
Il 30 settembre rappresenta il termine per inviare i progetti, non la conclusione del percorso. La qualità di una politica di safeguarding emerge durante l’intera stagione: quando arriva un nuovo tesserato, quando cambia un componente dello staff, quando si organizza una trasferta o quando un comportamento richiede attenzione.
La sfida per il futsal è trasformare un obbligo percepito come amministrativo in una componente dell’identità societaria. Un club non è credibile soltanto perché vince o forma buoni giocatori. Lo è anche quando ogni persona sa di poter praticare sport in un ambiente rispettoso, conoscere i propri diritti e trovare ascolto.
Le regole costruiscono il perimetro. Responsabilità, formazione e comportamenti quotidiani riempiono quello spazio. È qui che il safeguarding smette di essere un documento e diventa davvero azione.